L'affresco
di Gerlando Di Francesco
L’affresco, che significa pittura a fresco, cioè condotta su un supporto ancora umido, è una tecnica pittorica murale che si avvale del principio di fermare i pigmenti minerali o le terre sospesi in acqua nell’intonaco ancora umido, usando la carbonatazione della calce. Ciò avviene per reazione chimica, infatti la calce presente nell’intonaco si combina con i gas carboniosi dell’aria e, trasformandosi in carbonato di calcio, dà vita ad una superficie capace di assorbire lo strato pittorico e di determinare il fissaggio al supporto.
Nella pittura a fresco, poiché l’intonaco assorbe immediatamente il colore, ogni fase della lavorazione deve essere prestabilita senza lasciare nulla all’improvvisazione, dal momento che i ristretti tempi di esecuzione richiedono un procedimento veloce, eseguito senza errori, anche perchè non è possibile apportare alcuna correzione o ritocco, se non a secco, cioè a intonaco già asciugato, o rifacendo l’intonaco.
Di grande importanza nell’affresco è la preparazione della malta e dell’intonaco da stendere sul muro, il quale può essere di pietre o mattoni, ma mai misto, e comunque deve necessariamente essere esente da tracce di umidità. Il rivestimento del muro avviene attraverso tre successivi momenti, a cui corrispondono la preparazione di altrettanti strati, il primo dei quali, il rinzaffo, preparato con uno strato di calcina grassa e sabbia, si presenta molto ruvido e grossolano. Sul rinzaffo viene successivamente disteso un secondo strato di intonaco più fino, detto arriccio per la superficie leggermente scabrosa ed arricciata che lo caratterizza: si tratta di uno strato ruvido, ma meno irregolare del primo. Sull’arriccio umido si applica quindi l’intonaco o tonachino destinato a ricevere il colore: questo strato finissimo, che si compone di sabbia fine, polvere di marmo e calce, andava tenuto umido per tutto il tempo della coloritura.
Questa tecnica variava secondo le epoche e i luoghi. In Italia da una fase antica a pontate, in cui l’intonaco e il colore venivano dati rapidamente per zone secondo l’andamento orizzontale del ponteggio, si passò nel Due-Trecento allalavorazione a giornata, in cui l’intonaco veniva steso e lavorato giorno per giorno. In questo periodo si ha anche l’introduzione della sinopia, ossia del disegno preparatorio sull’arriccio, fatta con terra rossa di Sinope, dalla città omonima sul Mar Nero. Il disegno con la sinopia consentiva di avere direttamente sul muro sia una prova generale delle parti da affrescare, sia l’individuazione degli spazi da coprire giornalmente con il tonachino, sia una veduta di insieme dell’opera da realizzare. Con un filo intinto nel carbone venivano suddivisi gli spazi da affrescare, quindi con il carboncino si procedeva alla vera e propria resa della scena, fissando il disegno generale con il colore ocra diluito. Lo studio dell’esito definitivo veniva fatto tratteggiando tutte le parti da affrescare con la sinopia. Ogni giorno quindi l’artista era in grado di assegnarsi le parti da comporre: stendeva l’intonaco sulla bozza a carboncino, creava il disegno con la sinopia e passava a colorare in modo definitivo la parte. La stesura del colore avveniva gradatamente, partendo dalle ombre si stendevano prima le zone più chiare, per arrivare progressivamente ai toni più vivi.
Nel Quattrocento la rappresentazione prospettica, che richiedeva giusti calcoli e non consentiva improvvise correzioni, portò a sostituire la tecnica della sinopia con quella del cartone con lo spolvero e successivamente con l’utilizzo del solo cartone con il calco delle figure.
Il cartone consentiva di studiare, preparare e conoscere il disegno definitivo, il quale, eseguito a grandezza delle figure da realizzare, veniva perforato seguendo le linee della composizione. Posto a contatto dell’intonaco veniva quindi battuto con un sacchetto contenente polvere fine di carbone vegetale che, penetrando attraverso i fori, lasciava sul muro una lunga serie di puntini di colore nero, equivalenti al conterno stesso del disegno. Molto spesso l’artista per evitare di perdere la traccia della composizione la delemitava con piccole punte o chiodi. Verso la fine del Quattrocento allo spolvero si sostituì l’uso del solo cartone che veniva poggiato sull’intonaco fresco: in questo caso l’artista procedeva con una punta a calcare le figure, delimitando quindi le parti da affrescare. Il disegno preparatorio era formato da più parti in scala: dal disegno d’insieme, con il sistema della quadrettatura o rete, si passava a comporre più parti, tracciate proporzionalmente in scala sull’ intonaco. Nel Cinquecento la novità fu data dalla ricerca di esiti più vibranti e pastosi nella materia di superfice, per cui all’intonaco fine, che crea una chiara compattezza, si sostituì un intonaco granuloso o ruvido.
La tecnica della pittura a fresco, pur non prevedendo l’uso dei colori fissati a secco, ha visto in tutte le epoche l’abitudine di corregereil dipinto con colori a calce o tempera. La pittura a tempera sul muro secco consentiva numerosi vantaggi quali l’uso di un’ampia gamma di colori, la verifica immediata dell’esito o tono del colore, che non era possibile nell’affresco poiché i colori, asciugandosi, cambiavano di tono, e la possibilità di apporre correzioni coprendo o raschiando il colore, visto che non veniva assorbito dall’intonaco. Mentre i colori a fresco, proprio perché assorbiti all’intonaco, avevano una notevole resistenza, la pittura applicata a secco si deperiva velocemente.

cenacolo di andrea del sarto, 1525 circa, Firenze.
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Pittura a tempera


Per tempera si intende quel genere pittorico che utilizza l’acqua per sciogliere i pigmenti composti da resine vegetali (terre naturali, pietre macerate) ed impiega varie sostanze come la colla di pesce, l’albume d’uovo, la gomma arabica, il lattice di fico per agglutinare, cioè per fare aderire il colore al supporto.
La superficie destinata a ricevere lo strato pittorico può essere di natura diversa: carta, tela, pietra, metallo o legno sono i supporti sui quali si può dipingere ricorrendo all’uso della tempera.
Il periodo di massima diffusione di questo genere pittorico è anteriore al diffondersi della tecnica della pittura ad olio legata all’uso della tela libera su telaio, affermatasi tra il Quattro e il Cinquecento: la tempera è quindi inizialmente la tecnica legata alla realizzazione dei dipinti su supporti lignei. Il legno utilizzato era prevalentemente il pioppo, proveniente dal Sud-Europa, e la quercia del Nord-Europa: venivano comunque usati altri legni quali il noce, l’abete e il pino silvestre. Nella scelta l’artista si orientava prevalentemente su un legno che fosse il più possibile compatto e senza nodi: una volta individuatolo, procedeva ad eliminarne le resine e le gomme, dannose per lo strato pittorico, e a spianarlo, senza lisciarlo troppo, per consentire la presa dell’imprimitura, cioè quella serie di operazioni necessarie a rendere la superficie pittorica atta a ricevere lo strato di colore. E’ possibile, pur con le eccezioni e le riserve del caso, individuare tre grandi periodi nei modi d’uso della tecnica della pittura a tempera, corrispondenti alle diverse esigenze che la resa dell’oggetto artistico ha avuto nel tempo:
1-periodo anteriore alle innovazioni dello scorcio del Duecento e degli inizi del Trecento, in cui la raffigurazione delle figure era resa per sovrapposizioni successive di colore. Una volta segnati i profili delle figure, l’artista stendeva in maniera uniforme i colori, determinando in seguito le particolarità, i rilievi e le incavità delle figure con l’andamento delle pennellate: partendo quindi da una tinta base il pittore procedeva colore per colore, aggiunte su aggiunte alla resa del soggetto. Prima della stesura dei colori sulla tavola l’artista applicava un fondo in oro, per realizzare il quale si serviva di una lamina d’oro battuta dai battiloro tra due strati di pelle. Come coesivo tra l’imprimitura e la lamina si serviva del bolo, cioè di una terra argillosa, untuosa e rossiccia, che veniva stemperata in acqua e chiara d’uovo preparata a neve. Sulla superficie inumidita del dipinto, il pittore stendeva quindi tre o quattro passate di bolo di diversa densità: servendosi poi di carta per sostegno, posava l’oro sul bolo preparato con acqua e chiara d’uovo, cercando di farlo aderire perfettamente alla superficie;
2-periodo compreso fra il Trecento ed il primo Quattrocento, in cui l’uso del colore avveniva, sempre zona per zona, per graduato accostamento, e non per aggiunzione;
3-seconda metà del Quattrocento: in questo periodo le figure e gli oggetti rappresentati nei dipinti venivano indagati con molta minuzia e resi con il massimo di profondità e di spazio: la struttura portante di questo modo di operare è il disegno.


Donato Bramante. Cristo alla colonna. 1490 ca.Tempera su tavola. Milano, Brera
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Pittura ad olio


In questo genere pittorico la materia colorante è data dal pigmento e dall’olio (di lino, di noce, di papavero), che funge da elemento di coesione tra i colori stessi e il supporto pittorico: le resine, una volta macinate, venivano impastate con poco olio su una lastra di granito e lavorate fino ad eliminare da esse ogni residuo di untuosità. A caldo venivano quindi aggiunte a questo impasto essenze di resine dure che avevano lo scopo di dare maggiore trasparenza ai colori, i quali, rispetto a quelli a tempera, risultavano essere così molto più brillanti. La diffusione di questo genere fu possibile soprattutto grazie all’uso della tela, di lino o di canapa, il cui utilizzo si affermò nella prima metà del secolo XV nella regione dei Paesi Bassi. In Italia le prime testimonianze si hanno a Venezia nella seconda metà del secolo XV, dove il procedimento fu favorevolmente accolto, sia perché la pittura su tavola era facilmente deteriorabile a causa del clima umido e della salsedine, sia perché permetteva di realizzare dipinti delle dimensioni desiderate
Il fatto che la pittura ad olio fosse legata alla produzione pittorica su tela non significa che questa tecnica non potesse essere utilizzata anche su un supporto ligneo, ma evidenzia come l’introduzione della tela su telaio ne abbia consentito un uso migliore, grazie soprattutto al ricorso ad una imprimitura più leggera e all’introduzione, negli impasti, di resine più molli rispetto a quelle usate dai fiamminghi, ai quali, per primi, si deve l’applicazione sistematica di impasti colorati a base di oli e resine. L’utilizzo quindi di oli vegetali permetteva all’artista di trattare la materia pittorica in modo diverso, in quanto non solo veniva ad estendersi la gamma dei pigmenti utilizzabili ma aumentava anche la possibilità sia di intensificare i chiari e gli scuri, che di procedere nella lavorazione ponendo una maggiore attenzione al dettaglio. I colori impastati con l’olio, seccandosi in tempi meno rapidi rispetto a quelli impastati con l’uovo, consentivano infatti all’artista di procedere più lentamente e quindi di essere più preciso nell’esecuzione.
La maggiore facilità di lavorazione della materia pittorica fu un modo per favorire la maggiore diffusione della pittura: il pittore infatti con la tela ed i colori aveva già tutto quanto gli occorreva per dipingere, fatto questo che gli consentiva di spostarsi con maggiore facilità, senza il seguito di una vera e propria officina.
Tintoretto, Annunciazione, Scuola Grande di S. Rocco, Venezia




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Pastello


Il pastello, il cui significato originario rimanda ad un materiale morbido al quale si può dare una forma particolare, è un tipo di pittura che non si avvale di nessun connettivo per fare aderire il disegno allo strato pittorico. Si tratta quindi di una varietà del disegno a matita, che si ottiene impastando polveri colorate con acqua resa agglutinante da leggere soluzioni di gomma arabica, di sapone di Marsiglia, di decotto di orzo o di lino: una volta ottenuto, l’impasto viene modellato e ridotto in bastoncini colorati, che vengono lasciati essiccare. I pastelli possono presentarsi in tre diverse gradazioni di impasto, morbido, semiduro e duro, determinate dalla maggiore o minore presenza nell’impasto di grassi o componenti cerose. La maggiore o minore intensità di colore è invece determinata dalla quantità di pigmento diluito nelle sostanze agglutinanti di cui si è fatto uso: per ottenere tinte chiare si aggiunge al colore base argilla bianca, graffite o polvere nera per le tinte scure e bolo armeno per quelle rosse. La tecnica del pastello era molto diffusa già dal secolo XV, ed era usata soprattutto per l’esecuzione dei ritratti.

Leonardo da Vinci, L’uomo vitruviano

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